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Aquilea 22 settembre 1944 - la battaglia del Castellaccio

batterie cannoni alleati nella piana di MarliaGrazie a coloro che ci testimoniano della vita e della storia che fu dei nostri luoghi, possiamo oggi ricordare e documentare avvenimenti accaduti oltre 60 anni fa nel settembre del 1944. Per questa testimonianza e per la sua documentazione ringaziamo Piegiorgio Romboli, che ci ha fornito del racconto e della testimonianza di Giacomo Benedetti delle Selve, oltre che della documentazione fotografica tratta anche dall'archivio privato di Giuseppe Spadoni.

Ma veniamo a quei tempi, passato un anno dalla firma dell'armistizio (8 settembre 1943), i tedeschi avevano fortificato, con aziende italiane e rastrellati, anche nei nostri luoghi, la loro linea difensiva (linea gotica)

Il monte di Aquilea fu ritenuto dai tedeschi una posizione di grande importanza strategica. La chiesa di San Leonardo (il Castellaccio), dismessa fin dagli ultimi anni del 1600, divenne il fulcro delle opere difensive dell’intero caposaldo. Sorgeva, e sorge tuttora, sebbene rovinata e cadente, su di un pianoro che domina, quasi a trecentosessanta gradi la piana di Lucca a sud e levante, e la media valle a nord e ponente. Il versante sud, sud-est degrada verso la vallata, ancora oggi come allora, con oliveti e pinete, mentre la parte a nord strapiomba a precipizio sul Serchio e sulle vie che lo costeggiano sia in riva destra (strada provinciale) che in riva sinistra (strada statale), dominando il Pittone e la costa della Brancoleria nonchè il tratto della ferrovia Lucca-Aulla che, in quella strettoia, fiancheggia il Serchio, quindi una posizione di totale dominio per l’accesso alla Mediavalle. 

Inizialmente i tedeschi fortificarono solo la zona del Pittone, ma così facendo si resero conto che si veniva a creare un corridoio libero tra Montecatino, Mastiano e Gugliano e la zona della Brancoleria, e quindi successivamente cominciarono a fortificare il Castellaccio di Aquilea, costruendo piazzole e gallerie fino quasi a Sesto, che comunque non finirono per mancanza di tempo. infatti se gli Alleati si fossero infilati in questo corridoio, non avrebbero avuto difficoltà ad inchiodare i reparti operanti nella zona Piaggiane – Pittone – costa sud della Brancoleria anche perché rimanevano abbastanza più bassi del Castellaccio stesso e quindi facilmente colpibili.

Come racconta nel suo diario Giacomo Benedetti delle Selve, un generale tedesco (forse Kesserling) durante una sua visita a quelle fortificazioni che rappresentavano la punta avanzata della Linea Gotica, ebbe a dichiarare che il caposaldo del Castellaccio rivestiva un’importanza superiore a quella del Pittone, trovandosi più in alto ed in posizione atta a dominare gran parte della linea del fronte. 

Sul precipizio delle Penne vennero realizzati dei camminamenti che portavano a due bunker, mai terminati, uno nelle vicinanze della Chiesa romanica e l’altro, oggi franato, un po’ più a nord, verso il monte dell’Elto. Sul piazzale antistante la chiesa, già protetto da un muretto in pietra e un terrapieno alto, fu scavato un rifugio che, ricoperto con travi in legno, cannicci, terra ed erba, era un vero e proprio bunker sicuro e quasi invisibile ai mezzi di avvistamento dell’epoca, nascondeva i movimenti degli uomini del presidio e servì da ricovero durante i pesanti cannoneggiamenti.castellaccio intorno agli anni 50

Il fianco della chiesa, riparato dal terrapieno, consentiva di accedere, in tutta tranquillità e sicurezza, al terminale della teleferica che dalla sottostante località de “le Pianacce”, portava su, al presidio, pasti, munizioni, materiale, benzina per il funzionamento del motore della teleferica stessa e dei generatori di corrente oltre che ai compressori necessari per i lavori di scavo.

Il presidio era armato con armi individuali leggere, mitragliatrici MG e forse mortai da trincea del tipo “granatenwerfer 34”, forse aveva una mitragliatrice: niente cannoni, né mortai. Due o tre bunker scavati nella roccia della parete a strapiombo sul Serchio, oltre ad una serie di trincee, piazzole per mitragliatrici o mortai, oltre che alle solite fox holes o tane di volpe, buche per riparo dei fucilieri che andavano dal Castellaccio, lungo il crinale, verso il colle di Domazzano, formavano la linea difensiva della fortezza del Castellaccio. Il contingente tedesco stanziato alla postazione era di circa sedici elementi e su questi si accanì per giorni l’artiglieria alleata che era schierata nella piana tra Capannoni e Lucca, con le punte avanzate nella zona di Marlia. Come detto questo avamposto veniva rifornito con la teleferica a motore che faceva base alle Pianacce, circa duecento metri più in basso aldilà del Serchio. La cucina che riforniva di viveri questo presidio ( e anche tutti gli altri della Brancolerai ) era in località Frantoio del Piaggione: la sera venivano caricati tutti i viveri su di un carretto e con quello, il più delle volte trainato da un civile, si andava a le Pianacce e da lì, tramite la teleferica si mandava tutto su al Castellaccio. Una volta fu preso per trainare il carretto dei viveri Giovannino di Giulio Carli, un’altra volta Settimo di Serra (loc. sopra il Piaggione, verso Brancoli). Questi fu preso in Campori mentre usciva di casa per andare ad ascoltare la S. Messa. Era un servizio che ognuno faceva di malavoglia, però era positivo che scaricato il carretto a le Pianacce e dopo averlo riportato al Frantoio si era liberi e nessuno ti diceva niente.

Il giorno 22 settembre 1944fu il giorno più terribile per l’avamposto del Castellaccio. Gli americani che la guerra la facevano si, ma con l’artiglieria, avendo capito che l’unico punto scomodo era proprio questo, ci inviarono tante di quelle cannonate che distrussero tutto: la chiesa, il campanile… Fonti locali parlano di circa diecimila cannonate contro il colle del Castellaccio che non produssero i danni voluti dai comandi alleati, si parla di cinque morti tra i tedeschi. Le piante di castagno furono tutte distrutte e il terreno fu addirittura vangato dai proiettili. .Poi una cannonata vagante, per molti un colpo di fortuna, prese nel cavo della teleferica e lo schiantò. I viveri negli ultimi due giorni vennero portati a spalla, salendo la ripida scarpata delle Penne e fu da li che vedemmo come il presidio del Castellaccio non avesse avuto rinforzi, le razioni da sedici erano scese a undici. Questo esiguo presidio resistè, sotto le cannonate alleate, fino alla sera del 24 settembre. 

Successivamente avanzarono le pattuglie della “Buffalo”, i mori della 92°. Presumibilmente partirono dalla via Lodovica all'altezza del monumento ai caduti, e salendo per la via detta “la Ruga” che si inerpicava per la pineta lungo il monte Raffaello raggiunsero Aquilea e il Castellaccio. Altri invece dicono che le pattuglie americane, accompagnate da civili, avessero raggiunto Aquilea ed il Castellaccio, attraverso i sentieri che dalla via di Mulerna si inerpicano attraverso gli oliveti e le vigne. Comunque, da qualsiasi parte siano passati, un primo tentativo dei “Bufalo soldier's” portò una pattuglia a contatto con i difensori del Castellaccio, e finì in tragedia per gli americani. I mori, impreparati e privi di ogni cognizione del territorio, caddero sotto i colpi dei tedeschi. Tre “Buffalo” non tornarono indietro: uno morì sul crinale che guarda il colle di Domazzano, uno immediatamente sotto il muro del piazzale e l’altro poco sopra l’attuale campo sportivo.

settembre 1944 Castellasccio Aquilea bombardamento alleatoCome di prassi ripresero le cannonate ma i tedeschi se ne andarono da soli, senza essere cacciati dalle loro postazioni, solo per il fatto che temevano di essere accerchiati e gli ordini ricevuti parlavano di un ritiro sulle posizioni della Linea Gotica vera e propria, i contrafforti delle Apuane.

Nella notte della domenica 24 settembre 1944, in silenzio, il contingente si ritirò verso Borgo a Mozzano, assieme a quello che si trovava sul monte dell’Elto, lasciandosi dietro il cumulo di rovine che una volta era la chiesa romanica di San Leonardo del Castellaccio. Nello stesso momento, seguendo forse un ordine ben preciso, si ritiravano anche le truppe che erano dislocate nella Brancoleria tra il Colle di Croce e l’Altipiano delle Pizzorne.

Il via a tutto questo movimento venne dato dalla guarnigione del Pittone che, come racconta Giacomo delle Selve, fissò una bandiera bianca su di un lungo palo legato ad una quercia vicino alla cappellina del Pittone e dopo aver gettato tre o quattro mitragliatori Breda e tre MG Spandau – la sega di Hitler – con relative munizioni, nella pozza d’acqua del Serchio sottostante il passaggio a livello del Piaggione, che si trova sotto il Pittone all’uscita della galleria delle Pianacce o di Morteto, (armi poi ritrovate da un pescatore nel 1984, arrugginite e non più buone, e consegnate ai locali Carabinieri), si ritirarono anch’essi su Borgo a Mozzano. 

I Comandi locali tedeschi erano già da tempo a conoscenza di questo ritiro, mancavano solo il giorno e l’ora. A testimonianza di questo anche il racconto del colloquio che avvenne tra il Comandante tedesco e il proprietario della villa in Aquilea dove si trovava il Comando tedesco da cui dipendeva l’avamposto del Castellaccio e le varie zone del Morianese. “…può iniziare a cambiare la biancheria nelle camere e ad esporre la nuova bandiera alla finestra. Noi ce ne andiamo e nel giro di qualche ora avrete nuovi ospiti. Le auguro buona fortuna.” Così avvenne in effetti. Dopo poche ore dalla partenza tedesca, nella villa si insediava il Comando americano.

Il paese di Aquilea e la Brancoleria si trovarono così liberi dalle truppe tedesche, ma sempre sotto il tiro dell’artiglieria tedesca che per l’intera giornata del 24 sparò in continuazione verso il fronte americano. Anche il semovente che si trovava sulla via Lodovica, riparato sotto i “fori” di Sesto, si spostò verso nord, scaricando i suoi ultimi colpi in direzione di Vinchiana, mentre alle sue spalle i genieri della Wermacht facevano saltare il “foro” alle Penne e il ponte della ferrovia.

Il perché di tutto questo precipitoso ritiro tedesco è da ricercarsi negli ultimi movimenti degli Alleati. Gli americani, giungendo dalla Valfreddana si erano attestati sul torrente Pedogna, mentre da levante, attraverso il territorio Pesciatino e le Piastre minacciavano di rovesciarsi sulla Valdilima chiudendo così le formazioni tedesche in una morsa, dalla quale non sarebbero potuti uscire.

Una cosa però turbò il sonno degli abitanti delle zone appena sgombrate dalla Wermacht, e che grazie a Dio non ebbe a verificarsi, fu la ventilata ipotesi che le truppe tedesche, due giorni dopo il ritiro, visto che le forze americane e inglesi non avevano ancora occupato le zone abbandonate, avessero preso in considerazione il fatto di ritornare sui propri passi rioccupando le vecchie posizioni. La cosa fortunatamente non si verificò a causa delle difficoltà logistiche e tattiche, non ultima quella di dover raccogliere di nuovo tutte le truppe in avanzata fase di ritiro e riconvergerle sulle vecchie posizioni. Oltretutto in luoghi che in fase di ritirata erano stati fortemente danneggiati: avevano fatto saltare in aria ponti, strade e obiettivi sensibili, quindi il riposizionamento poteva esse fatto, a prezzo di enormi difficoltà, solo da truppe di terra che non potevano essere supportate da artiglieria ne da mezzi corazzati.

 

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